venerdì 12 settembre 2014

LE REGOLE E I DIVIETI DEL REGOLAMENTO DI POLIZIA DI PADOVA, UN TENTATIVO DI RIFLESSIONE NON PREGIUDIZIALE



LE REGOLE E I DIVIETI DEL REGOLAMENTO DI POLIZIA DI PADOVA, UN TENTATIVO DI RIFLESSIONE NON PREGIUDIZIALE


Premessa: non ho alcuna simpatia per i leghisti e per il pensiero leghista, verso il quale mi sento agli antipodi e così spero di essere considerato.
Premetto questo perché mi prendo la libertà di condividere alcune riflessioni sorte dalla lettura dell'articolo di E.S. sul Corriere di ieri a proposito delle ordinanze del sindaco di Padova. L'articolo cercava di essere ironico. Non conosco nel dettaglio le varie ordinanze o i vari articoli del regolamento di polizia urbana padovani che vietano vari comportamenti.
Le possibile sciocchezze esito delle mie riflessioni sono farina del mio sacco quindi, conseguenza del diventare vecchio e quindi più timoroso, più infastidito, più intollerante, più attratto dal grigio ordine che dal multicolore e rumoroso disordine (creativo? ... Mah!)
Mi chiedo se l'ansia normativa del sindaco di Padova non sia un tentativo un po' di retroguardia di ovviare alla diffusa e generalizzata mancanza di limite e di misura, di sapienza nella convivenza civile, di rispetto reciproco e di attenzione a non urtare con il nostro diritto, agitato come arma contundente, il diritto dell'altro.
La perdita di qualunque freno inibitore, lo svaporare di quella forma di controllo sociale e calmieratore dell'eccesso che era il timore della cattiva opinione altrui, il decadere dello scandalo da motore di innovazione (per la sua eccezionalità e per il costo pagato da chi lo provocava) a banale reiterazione un po’ noiosa - Salvini é un perfetto esempio del noioso pseudoscandalizzatore - vacua e fastidiosa, probabilmente fanno emergere l'ansia di ricercare con norme e divieti il rispetto delle regole di convivenza ormai non ci appartengono più culturalmente (chissà cosa ne pensa Galli della Loggia). Forse si é persa la misura, la comprensione che la convivenza civile é composta per la maggior parte da un limitare la nostra visione egoistica della realtà che vede gli altri obbligati ad accettare le esuberanze mie e del mio gruppo, e da un contenere l'espandersi all'infinito della mia libertà che può soverchiare chi mi sta attorno (e puntualmente soverchia i deboli, non i forti). In questo ambiente stressato ogni atto, sia esso di disattenzione colposa o doloso disinteresse delle conseguenze, piccole o grandi che siano, sugli altri, provoca risentimento, sensazione di disordine, di decadimento civico e soprattutto ci rende giudici inflessibili nostalgici dei tempi andati, censori dei tempi moderni e catalogatori di razze ed etnie. L'autocritica non si pone neanche per scherzo, incapaci di vedere quando noi usiamo male la nostra libertà
In questo ambito mi sembra si possa porre l'attivismo sanzionatorio e interdittorio di un amministratore come il sindaco di Padova. Ovviamente si coglierà l'occasione, probabilmente, si calcare la mano contro quelle categorie sociali più avversate per ideologia. Alla fine è una lotta tra deboli, da una parte il mite cittadino qualunque ligio e rispettoso delle regole (per timore o per scelta etica o per l’una mascherata dall’altra) che ha la legalità come unica arma di difesa, dall’altra asociali immaturi che cercano nel frantumare le regole minime la copertura mimetica della loro sconfitta, o sconfitti toutcourt che non hanno conosciuto regole se non quelle della sopraffazione.





Ho quindi qualche remora nel valutare ideologicamente e aprioristicamente il comportamento del sindaco di Padova, come sempre ogni valutazione merita un approfondimento. Mi chiedo piuttosto se e come sia possibile implementare una rinascita culturale che nel ricreare uno spirito di comunità consenta di vivere in città dove il rispetto minimo delle regole e della civile convivenza non debba essere costretta da mille divieti e da mille regole.

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