giovedì 15 ottobre 2015

INTERNAZIONALE: L'IPOCRISIA DEGLI SCEICCHI

ABDEL BARI ATWAN: L'IPOCRISIA DEGLI SCEICCHI (sul dramma dei profughi)
Tempo fa avevo visto un post su FB che avevo trovato molto giusto e corretto, e che narrava del fallimento degli stati Arabi incapaci (per colpa o per precisa dolosa volontà) di attirare e di accogliere i profughi fuggiaschi dalla Siria. Ho perso quel post, ma questa sera leggendo un numero di INTERNAZIONALE che ho preso in biblioteca di Grezzago ho trovato un articolo che esprime gli stessi concetti.
Pubblico le fotografie dell'articolo (per chi fosse interessato è il numero 1119 dell'11 settembre 2015) e qualche breve stralcio
L'articolo è scritto da ABDEL BARI ATWAN, del giornale RAI AL-YOUM edito nel Regno Unito.

"I paesi arabi, e soprattutto le monarchie del golfo Persico fondate sul petrolio, diffondono sulle loro potenti reti satellitari continui inviti a sostenere il popolo siriano. Ma queste stesse monarchie non hanno accolto nemmeno un siriano in fuga dalla guerra, perchè preferiscono che siano le nazioni arabe indebitate, come Giordania, Libano o Egitto, ad accogliere centinaia di migliaia di profughi.
Anche gli europei ne accolgono centinaia di migliaia. Li aiutano, gli permettono di frequentare scuole e università o di lavorare. "
(...)
"poi su una di queste reti satellitari "islamiche" un predicatore fa notare che Angela Merkel è la leader di un  partito cristianodemocratico e quindi c'è il rischio che il suo vero scopo sia quello di "cristianizzare" i profughi. Ma se questo predicatore è così preoccupato per la sorte di queste persone, perchè non chiede ai paesi del Golfo di "preservare" la loro fede musulmana accogliendole?"
(...)
"L'Occidente "miscredente" offre aiuto, istruzione, cure mediche a questi "terroristi musulmani", mentre i ricchi paesi del Golfo rifiutano di accoglierli, e rifiutano anche ai lavoratori arabi immigrati che vivono da anni in questi paesi l'accesso alle scuole a agli ospedali. Ma c'è di peggio, con il pretesto di sostenere il popolo siriano, questi paesi contribuiscono ad alimentare la guerra e le rivalità confessionali inviando in Siria armi e denaro."
(...)
"Noi arabi offriamo i peggiori esempi di razzismo. Gli europei non chiedono ai profughi se sono sunniti o sciiti, ismaeliti o alauiti, musulmani o cristiani, li trattano come esseri umani che hanno bisogno di aiuto."

mercoledì 14 ottobre 2015

ADONIS "IL MONDO ARABO RINASCERA' SOLO SE SAPRà SEPARARE POLITICA E RELIGIONE"

ADONIS "IL MONDO ARABO RINASCERA' SOLO SE SAPRà SEPARARE POLITICA E RELIGIONE"
Sul Corriere della Sera dell'8 settembre ho trovato una intervista al poeta siriano ALI AHMED SAID ESBER che ha preso il nome, nell'esilio francese, di ADONIS.
L'intervista è di Stefano Montefiori e tocca diversi temi legati alla guerra civile siriana, alla fuga dei siriani dalla guerra e dalle morte, dell'Europa.
Mi interessa però, in questo ambito, l'ultima domanda e in particolare l'ultima risposta. Ora, non voglio cadere nell'etnocentrismo e giudicare le sensibilità e le fedi di milioni di persone, ma da ateo, laico e critico in Italia e in Europa dei politici clericali, da sostenitore degli arabi senza dio che non possono manifestare liberamente il loro ateismo, non posso non condividere e ritenere una giusta provocazione (ma io credo anche una speranza la cui realizzazione porterebbe beneficio in prima istanza proprio ai fedeli islamici - e fatte le dovute proporzioni vale per tutti i fedeli di tutte le religioni) la risposta di Adonis che trascrivo.
domanda: Perchè pure essendo un oppositore di Assad lei non ha appoggiato la rivoluzione siriana?
risposta: Perchè ancora una volta si trattava di un conflitto di potere, non di un nuovo progetto di società. I siriani laici e democratici sono stati immediatamente messi ai margini. Nell'inconscio arabo tutti i problemi hanno la loro soluzione nel testo coranico. Non si cercano mai soluzioni, perchè sono già tutte nel Corano. Il punto è sempre cambiare il potere che non segue il testo sacro, che non lo applica bene... Quando invece è il testo che va adattato alla realtà (mia nota: discorso generale valido per tutti i testi ritenuti sacri). Io non sono contro l'Islam, sono contro l'Islam politico, istituzionale e ideologico (mia nota: io stimo tantissimo tutte le religioni, sono contro le religioni politiche, istituzionali e ideologiche), come esiste in Arabia Saudita. Il mondo arabo non rinascerà finchè non riuscirà a separare davvero religione e politica".

In qualche modo questa risposta si ricollega al post precedente MEMO: EUROPA DEMOCRAZIA

MEMO: EUROPA DEMOCRAZIA

Capita di scoprire che raccogliere i giornali prima che vengano buttati al macero per sfogliarli anche a distanza di tempo porta buoni frutti ed è una attività utile al pensiero e alla riflessione.
A volte la mancanza di tempo e le pigne polverose che si accumulano a casa (santa Antonella) e in ufficio spingono alla demotivazione e alla considerazione che "tanto non riuscirò mai ad aprirli, tanto vale la pena di buttarli in blocco". Poi capitano sere come queste che si liberano improvvisamente e riesci a sfogliarne una decina. Non leggere tutte le pagine, ovvio, solo quello che non è (o non è solo ) cronaca e diventa commento o elzeviro o "fondo", insomma quegli articoli che cercano di creare dibattito.
Ecco due articoli, dai quali trascriverò una paio di paragrafi, di due giornalisti che mi sembrano diversi (Polito e Battista- tra l'altro Battista è uno che mi piace pochissimo e quindi trovare un suo articolo con il quale concordo è un piccolo tesoro). Raccontano delle migrazioni di massa che per qualche giorno hanno occupato le prime pagine dei giornali e che ora sembrano sparite. Ma parlano anche di Democrazia e di Europa. 
Sono parole che condivido perchè io mi sento Europeo e ho la precisa sensazione di una immeritata ma gradita fortuna di essere nato dalla parte giusta del mare. Anch'io sono deluso dall'Europa, ma è la delusione di uno che vorrebbe una unica nazione europea (ancor più dell'Europa federale di cui si parla) nella quale gli stati nazionali si possano sciogliere. 
Ecco prima Polito
l'articolo prende spunto dalle tensioni asiatiche " noi e la crisi in Asia i meriti che ha l'Europa"
Aver messo fine alle guerre non è un merito obsoleto dell'Europa buono solo per la cerimonia del Nobel per la pace, qualcosa di così scontato e di così lontano dalle nuove generazioni da non giustificare più la fatica, le pecche e gli errori dell'Unione. Tutto sommato, è molto meglio litigare sull'Euro che sul riarmo. Perfino la crisi dei migranti è una conseguenza di questo successo storico. L'Europa un'oasi di pace circondata da un mare di guerra, attrae chi ama la vita come una calamita.O, se vogliamo, come un faro di civiltà nella notte infinita dell'odio tra i popoli.
Ecco di seguito Battista: "Profughi in cerca di libertà ci ricordano i nostri valori" (preciso: condiviso il senso del ragionamento, lo stile di Battista mi è sempre alieno, quel parlare in prima persona plurale facendo bene capire che lui ha capito tutto e in realtà ci giudica, soprattutto se non si è del suo ambito culturale!)
La democrazia sembra un ideale stanco, estenuato. Ma per noi che ci siamo nati e che ne abbiamo smarrito il valore, la specificità, il privilegio. Per chi vive e muore nelle tirannie la democrazia è un traguardo da raggiungere a tutti i costi, con sacrifici immani, marce disumane, popolazioni in fuga da despoti e fanatici. Dovremmo riscoprire quella che adesso si definisce "la narrazione" della democrazia e della libertà. La narrazione di un sistema in cui le persone sono tutelate nei loro diritti, possono parlare senza il timore dell'oppressione e della morte. Dove le donne non sono bestie da malmenare e coprire fino agli occhi (mia nota: magari anche da non uccidere o spogliare per ogni futile motivo si inventi). Dove si può scegliere, vivere, consumare, svolgere un'attività economica, mettere a frutto il proprio talento senza che il potere confischi arbitrariamente i tuoi beni. Dove la tortura è bandita e, se non punita, bollata dalla riprovazione pubblica insieme all'impunità di chi se n'è reso responsabile.

domenica 20 settembre 2015

LE RELIGIONI DANNO FORMA SIMBOLICA ALLO STATO DI NECESSITA'

Ancora un bel brano, pienamente condivisibile,  dal libro di Levi della Torre
LE RELIGIONI DANNO FORMA SIMBOLICA ALLO STATO DI NECESSITA'
Stefano Levi della Torre: “Laicità, grazie a Dio”
pag 58

Così in religioni che vantano d'essere nate dall'assoluta novità di una rivelazione non sono in realtà un fatto primario. Al pari di ogni fenomeno culturale, sono derivazioni elaborate da pulsioni più originarie ed elementari: la paura, il desiderio, il bisogno, l'attesa e la speranza. Le religioni danno forma simbolica allo stato di necessità. Al pari dell'impulso a conoscere, la ricerca religiosa di senso nasce dall'urgenza di dare ordine e spiegazione alla percezione caotica del mondo e del tempo, di sedare l'ansia per l'incomprensibile e lo sconosciuto, conferendo a essi un volto, un nome, parole e figure di ritmo rituale. La violenza o l'amore che le religioni predicano non sono una loro creazione; in primo luogo è l'inverso, esse danno giustificazione retorica alla violenza o all'amore che in realtà le precedono e sussistono indipendentemente. Le religioni non producono la violenza o l'amore, ma li riproducono e li fomentano. Così è per l'organizzazione sociale e politica: la religione non produce la società, ma la riproduce e le dà una figurazione. Le corrispondenze tra le concezioni religiose e le concezioni della società e dello Stato nascono da un'esigenza comune: quella di giustificare gli statuti sociali e la gerarchia dei poteri, la loro permanenza o trasformazione, di rappresentare i rapporti interni ed esterni a una collettività i suoi rapporti con il mondo, di narrare l'origine e il destino di una società nel tempo.

E il relativismo libertario tollerante diventa l'alleato dell'altrui ortodossie intolleranti

E il relativismo libertario tollerante diventa l'alleato dell'altrui ortodossie intolleranti
Ci sono molti spunti interessanti e profonde riflessioni in questo breve ma denso libro di Levi della Torre. Trovo questo brano che trascrivo (un po' lungo, contrariamente ai miei post di solito brevi e sintetici) particolarmente interessante ed utile perchè sento che mi mette in discussione e mette "in salutare crisi" il mio essere laico, tollerante, relativista e multiculturalista. E mettersi in discussione è sempre utile. Buona lettura

il brano:
Stefano Levi Della Torre, Laicita, grazie a Dio”. 
pagina 87 
paradossi del relativismo
C'è d'altra parte un relativismo laico così coerente e così congegnato da finire tra le braccia delle ortodossie più retrive. Quando un qualche fatto discutibile se non grave pare riferito a consuetudini vigenti in un qualche gruppo umano, questo relativismo propone di astenersi dal giudizio con la formula "è la loro cultura "; mi spiego più diffusamente.

Si è fatta strada in questi anni, tra alcuni filosofi ma anche nel senso comune un relativismo coerente o meglio estremo, secondo cui il concetto stesso della verità è autoritario, ed è etico nonchè realistico considerare che molte sono le verità, ciascuno ha la sua (o le sue) o magari ciascun gruppo umano e ciascuna cultura. Ne risulta che l'unica verità universale ammissibile, o, paradossalmente, l'unica verità assoluta, è il relativismo stesso. Secondo una simile logica, tra le tesi tolemaiche del cardinale Bellarmino e di Urbano VIII, e quelli di Galileo, dagli stessi condannato, non avrebbe senso prendere partito, poiché anche la verifica sperimentale e la prova scientifica hanno vigenza solo in relazione a determinati criteri e paradigmi, ai sistemi di riferimento che si scelgono e non ad altri; comunque i loro risultati non sono mai definiti come la storia della scienza dimostra. Ne consegue che la verità e ciò in cui si crede. Ora, questo relativismo è una deriva oltranzista della nobile idea della tolleranza, secondo cui ciascuno ha il diritto di pensarla come crede; idea che però giunge, per ossessione di coerenza, a non far più distinzione tra dimostrazione (logica e sperimentale) e credenza. In polemica con la prepotenza prevaricatrice delle verità assolute della teologia o dell'ideologia, ma anche delle verità dimostrate dalla scienza, questo relativismo si presenta come estrema conseguenza della laicità, e tuttavia è la posizione più vicina al criterio della fede: la verità e ciò in cui si crede, e un atto soggettivo di fede. Non è un credere a ciò che si dimostra vero, ma è uno proclamare la verità ciò in cui si afferma così dimostra di credere. In quanto consanguineo della fede, anzi sua caricatura laica, questo relativismo, questa apoteosi del relativo, ruotando su se stessa, finisce per essere un'apoteosi dell'assoluto: poiché ogni credere solo vanamente cercherebbe verifiche obiettive esterne a sé, essendo in realtà autoriferito, spiegazione do sé con se stesso, in un giro vizioso tautologico. Ciascuno ha le proprie convinzioni e nessuno ha il diritto volo autorità di interferire in esse: dunque la verità di ciascuno è assoluta, la sua interpretazione dei fatti, il suo vissuto sono assoluti, senza contraddittorio. Questa impostazione, che ha la pretesa di rappresentare la più rigorosa consequenzialità epistemologica, decostruzionistica e libertaria, finisce per incatenare ciascuno alle sue credenze, per distruggere il linguaggio, luogo principale della confrontabilità delle cose e delle valutazioni. E un altro paradosso consegue: la parentela strutturale tra questo relativismo il fondamentalismo,: poiché se il nocciolo del fondamentalismo sta nel ritenere che la propria interpretazione dei testi è l'unica possibile e valida, questo relativismo, nel corso stesso della sua consequenzialità, si rovescia nel suo opposto, giungendo alla conclusione che non una, ma ogni interpretazione è assolutamente valida per se stessa indipendentemente da ogni altro: che ogni interpretazione non solo è legittima ma autonoma e assoluta. Sul piano politico, le conseguenze di queste impostazioni sono ben visibili: il sacrosanto rispetto delle altrui culture, estremizzato, si traduce nel dovere morale ed epistemologico di non intervenire interferire in esse, di sospendere ogni giudizio intorno ad esse per non ledere il diritto assoluto alla differenza. Ma nei rapporti tra gruppi umani le differenze di mentalità, di costumi, di cultura, di religione si rappresentano in prima istanza attraverso le identità più riconoscibili e canoniche: le mentalità più tradizionali, le forme culturali più caratteristiche o persino più folkloristiche, gli stereotipi diffusi radicati all'interno di ciascun gruppo, le forme religiose più ufficiali e codificate. Così, il rispetto delle altrui culture si riduce al rispetto dell'altrui ortodossie; e ciò a scapito delle differenze e libertà individuali, e delle posizioni critiche interne alla comunità altra. E il relativismo libertario tollerante diventa l'alleato dell'altrui ortodossie intolleranti

venerdì 18 settembre 2015

Tre righe in cronaca ma ... è da questi particolari che si giudica un giocatore

Tre righe in cronaca ma ... è da questi particolari che si giudica un giocatore

Tre righe, in fondo alla pagina sportiva del Corriere, quasi un riempitivo in un articolo che tratta della terza maglia dell’Inter.
Il giocatore dell'Inter Icardi ha preso una multa per aver parcheggiato, impegnato nello shopping, la sua costosa auto in un parcheggio riservato ai disabili in centro a Milano. Fine della notizia.

“un giocatore lo vedi dal coraggio
dall'altruismo e dalla fantasia”
http://www.airdave.it/f/francesco_de_gregori/canzoni/testo_la_leva_calcistica_della_classe_68.htm#ixzz3m5g3WAff

Quante volte cantato ( o pensato, io non canto) questa canzone. Non l’ho mai intesa al solo campo da calcio

Ho tifato Inter da sempre con disincantata passione, tanto nel ventennio in cui non ha praticamente vinto nulla, quanto nel breve periodo in cui in qualche modo ha vinto ripetutamente non solo sul campo.
Non so cosa farmene di un giocatore che per educazione, per condizione economica, per condizionamento sociale, pensa di poter fare un atto simile. É da questi particolari che si giudica un giocatore

Non vorrei avere nulla da spartire con una persona simile, neanche la maglia di una squadra, io per passione, lui (giustamente) per un compenso economico.

domenica 13 settembre 2015

LO STOLTO LETTORE: RIFLESSIONE SULL'ESSERE LAICI ED ATEI IN SALUTE

LO STOLTO LETTORE: RIFLESSIONE SULL'ESSERE LAICI ED ATEI IN SALUTE
UN GIOBBE ATEO
riflessione su LAICITA', GRAZIE A DIO di Stefano Levi della Torre

Nel suo interessante e denso saggio sulla laicità, Stefano Levi della Torre si dilunga sulla vicenda di Giobbe, giusto che sopporta con rassegnazione le sventure che subisce, perchè sia messa alla prova la sua fede in Dio, senza mai bestemmiare il nome di Dio stesso o perdere la sua fiducia in lui.

E' un esempio che viene usato nelle discussioni sulla teodicea. Però, senza voler essere blasfemo, a me fa venire in mente quella facezia, che si incontra in diverse narrazioni, di colui che è ateo convinto finchè l'aereo su cui viaggia non comincia a precipitare.

Voglio dire che la consuetudine è l'immagine del fedele che, mediamente retto nel corso della sua vita, è messo alla prova da una malattia inesorabile, piuttosto che del bimbo innocente stroncato all'inizio della sua vita.

Ma la mia esperienza, limitata certo e forse poco significativa, è quella di vedere persone che, non religiose se non proprio atee, acquisita la consapevolezza di precipitare verso la fine della propria vita, spaventate da questo esito si aggrappano verso una speranza di riscatto o di restituzione di felicità dopo la sofferenza senza soluzione in un momento post mortem.

E mi chiedo: io come mi comporterò? E' facile forse essere laico e ateo in salute e senza eccessivi problemi. Ma se il mio areo cominciasse a precipitare, la paura avrebbe il sopravvento sulla mia consapevolezza dell'inesistenza di qualsiasi divinità e sul fatto che un nel momento in cui il mio cuore cessasse di battere, tutto è finito?

Se io Giobbe ateo cominciassi a subire, per sventura, per caso o anche per colpa, disgrazie che minassero la mia serenità, saprei essere razionalmente consapevole che queste sono una delle varie possibilità che gli umani incontrano nel loro cammino, essendo lo scorrere del tempo e il percorso della storia assolutamente indifferente alla felicità o alla infelicità di ogni uomo (ed essendo probabilmente ininfluente questa alla evoluzione dell'universo) oppure per paura comincerei a “scommettere” su qualche possibilità di avere una seconda possibilità paradisiaca?


Ecco il testo di Levi della Torre.


Nel libro di Giobbe, le responsabilità divine nel bene e nel male sono messe in scena fin dall'inizio, nella scommessa con il Satàn, a cui il Signore affida “l'esperimento umano” su un giusto, per verificare in “corpore vili” quanto la creatura possa resistere nelle sue convinzioni spirituali sotto la pressione crescente della sorte, fino all'estremo, fino alla perdita di ogni speranza, incarnata nella propria discendenza e nel proprio corpo.
...
Potremmo dire che quello che Dio e il Satàn vogliono sperimentare in Giobbe è quanto la coscienza umana sia condizionata dalle circostanze e dal suo stato sociale e fisico, se l'essere umano risulti devoto e benevolo nel momento della fortuna, e cambi parere e convinzioni nel momento della rovina o in che misura invece la sua coscienza sappia essere autonoma dal mutare delle condizioni: fino a che punto, insomma, funzioni il libero arbitrio della creatura. È un esperimento sul libero arbitrio umano. Ma al tempo stesso un'affermazione del libero arbitrio divino, libero dalle definizioni in cui Lo vorrebbe catturare la teologia.